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In “Blade Runner 2049” colpiscono tanto le scenografie: immense, inesorabili, tanto mentali, surreali. Poi c’è la colonna sonora di Hans Zimmer e Benjamin Wallfisch, colonna sonora che da sola vale la visione del film: anche essa inesorabile, una sorta di dark ambient dalle tante sfumature. Quindi, colonna sonora e le scenografie, scenografie talvolta dark, talvolta decadenti, talvolta tanto sci-fi, talvolta tanto oniriche, insomma queste due cose insieme rendono il film già un capolavoro dell’audiovisivo casalingo come del cinema.

“Blade Runner 2049” è una sorta di sequel del suo celeberrimo antesignano “Blade Runner” di Ridley Scott. Anche qui c’è la caccia ai replicanti(androidi con fattezze umane), anche qui c’è tanta poesia e profondità interiore, anche qui c’è la metropoli del futuro, la metropoli immensa, post-moderna, una metropoli alquanto dark dagli spazi illimitati ed infiniti. Tra i caratteri del postmoderno c’è l’assenza di un centro, di una simmetria, di una “misura”. E come il Guggenheim Museum di Bilbao di Frank O. Gehry è un’opera che testimonia il post-moderno così la Los Angeles di “Blade Runner 2049” fa allo stesso modo.

In “Blade Runner 2049”, inoltre, colpisce questa commistione tra reale ed irreale. Protagonista principale del film è un oscuro agente K, un “blade runner” a caccia di replicanti. Costui si innamora perdutamente di Joi, un’intelligenza artificiale olografica che vive nel suo appartamento. Grazie ad un dispositivo K fa si che Joi si possa spostare anche di fuori di tale appartamento. K percepisce Joi come un qualcosa di reale mentre l’IA si offre come un qualcosa di incorporeo, irreale, non tangibile. Anche il loro amore non è reale: è artificioso, è “adulterato” dalla “non presenza corporea” di Joi che ricorre a Mariette per dare un corpo a se stessa e per avere un amplesso con K. Ebbene anche questa commistione tra reale ed irreale sa tanto di postmoderno e di contemporaneo se pensiamo che l’uomo del mondo odierno “vive” gran parte della sua vita in “realtà virtuali” seriali, cinematografiche o del mondo dei video-games.

Seguendo nel nostro discorso sul contrasto e fusione tra reale ed irreale, vedendo questo film, che come il precedente è tratto da un romanzo di Philip K. Dick ossia “Il cacciatore di androidi”, c’è da sottolineare questa forzatura dell’attrito tra reale ed artificioso: gli androidi non sono reali, non hanno una vita propria ma vorrebbero essere degli umani con un’anima, con una propria vita, con propri ricordi. Infatti, vediamo che K non ha ricordi propri ma vorrebbe averli.

Andando più a fondo, il blade runner che porta il nome K rappresenta la metafora dell’uomo contemporaneo che vive nel “terribile inganno della post-modernità”: come l’uomo postmoderno con difficoltà riesce a discernere il reale dall’irreale. Qualsiasi individuo del mondo odierno, grazie a smartphone, tablet e pc, “vive” nel “cyberspazio”, un luogo irreale che ha sempre più i connotati della realtà. Pensando a Baudrillard e ai suoi concetti di iperreale o di simulacri ci rendiamo conto che l’uomo contemporaneo vive nell’epoca della “simulazione”, della finzione, dell’inganno e “Blade Runner 2049” di Denis Villeneuve, tra le tante cose, ci aiuta a riflettere su queste cose.